Skip to Content

Le truppe alpine a Gorizia

Durante la Grande Guerra (1915-1918)

Non è mai stato dato ampio risalto al fatto che le truppe alpine avessero trovato la giusta collocazione a Gorizia stabilendosi, il IX Rgt. Alpini, nella caserma di Piazza Vittoria (ora sede dell’INPS), mentre il comando e le salmerie, nella caserma di Sant'Andrea (esisteva per amor del vero anche la caserma di Salcano, dove trovò ospitalità il Btg. “Vicenza”, reduce dall’immane tragedia della campagna di Grecia); il III Rgt. di art. alpina invece fu sistemato nella caserma di via Trieste (attuale sede del XIII Btg. mobile dei Carabinieri); com’è altrettanto vero che un distaccamento del Gruppo “Udine” fosse posto a San Lorenzo di Mossa, oggi Isontino, che fu accantonamento temporaneo dell’allora Ten. Sergio MENEGUZZO, nostro compianto ed indimenticabile Presidente.
Come si può vedere, gli Alpini erano ben connessi con il tessuto cittadino, tant’è che il teatro di operazione delle truppe alpine, qui dislocate, abbracciava quasi per intero l’entroterra goriziano, arrivando fino al Monte Tricorno, “cippo confinario” naturale con la Yugoslavia di allora.
Appare dunque scontato l’affidamento dell’entroterra goriziano agli Alpini, essendosi allargata di molto la frontiera da presidiare, come conseguenza inequivocabile della vittoria nella Grande Guerra contro l’Austria-Ungheria.
Ed è proprio nella Grande Guerra che troviamo, per la prima volta, le Truppe Alpine a combattere sul fronte dell’alto, medio e basso Isonzo.
Non deve far dunque meraviglia che là, dove ci fossero alture da difendere o da conquistare, venissero impiegate le truppe alpine, spauracchio perenne del nemico.
Ecco dunque i “montagnini” impegnati nella Battaglia di Gorizia:
- il VII Gruppo da montagna “Vicenza”, con la 21a e 30a batteria, rispettivamente a quota 513 e 237, combattere inquadrato nella 45a Divisione sul Monte Sabotino;
- il XIII Gruppo someggiato, con la 31a batteria da montagna, in quadrato nella 24a Divisione, a Visinale;
- la 55a batteria da montagna, inquadrata nella 12a Divisione, sul Grafenberg e a quota 240 del Calvario;
- Unità dell’artiglieria da montagna, dunque, inquadrate nel VI Corpo d’Armata, della II Armata, che hanno aperto la via per la conquista di Gorizia (6 - 8 agosto 1916).
Sul Carso, frattanto, facevano eco alle imprese delle batterie del VI Corpo d’Armata: - il VI Gruppo da montagna “Udine”, della 22a Divisione, con le batterie 16a e 18a sul San Michele;
- il VII Gruppo sommeggiato, della 16a Divisione, con la batteria 32a da montagna sul Monte “Sei Busi”, sostenuta dalla 12a batteria da montagna, della 14a Divisione.
I nostri “montagnini” alla conquista di Gorizia, mentre, nelle successive battaglie dell’Isonzo, il Btg. “Aosta” si coprirà di gloria alla conquista del Monte Vodice, in cui ebbero spazio per distinguersi anche le restanti batterie del VI e del VII Gruppo da montagna.
Dal Monte Nero (1915) alla Bainsizza (1917), l’epopea degli Alpini non trovò ostacoli finanche nella difesa di Gorizia, nell’ottobre del 1917, quando la nuova strategia e la preponderanza militare germanica causarono la ritirata strategica di Caporetto che si sarebbe però conclusa al Piave.
Infatti, a seguito del repentino cedimento italiano a Caporetto, occorreva rallentare il più possibile l’avanzata degli austro-tedeschi, per dar modo alle nostre divisioni in ripiegamento di raggiungere la prima linea di difesa predisposta dal Generale CADORNA sul fiume Tagliamento.
Occorreva dunque fermare il nemico a Gorizia, ancora una volta sull’Isonzo. L’evacuazione della città ebbe inizio il 24 ottobre del 1917. Le prime truppe ed i civili, attraversato il fiume, ripararono al di là del Tagliamento mentre le prime avvisaglie austriache in città si ebbero il 26 ottobre, giorno in cui, per ordine del Gen. TISCORNIA Comandante della 24a Divisione, la 880a compagnia mitraglieri Alpini si attestò a presidio degli ultimi due ponti sull’Isonzo, mantenuti in efficienza come conseguenza del ripiegamento delle nostre truppe che si protraeva ormai da giorni, senza soluzione di continuità.
La resistenza dei due capisaldi, mantenuti dalla 880a compagnia, fu tale che soltanto alla sera del giorno 28 ottobre i mitraglieri alpini, comandati dal Cap. Tomaso BOZANO, ormai circondati dalle truppe austriache scese dal Monte Sabotino lungo la sponda destra dell’Isonzo, tentarono una sortita per rompere l’accerchiamento attuato dalle inferocite truppe austro-tedesche, bloccate da quel manipolo di valorosi sul fiume sacro alla Patria: l’Isonzo.
Purtroppo il nucleo di retroguardia della Compagnia, dopo strenua resistenza, fu sopraffatto e catturato dal nemico ormai baldanzoso e sicuro di sé, che avanzava al grido di “Mailand, Venedig (Milano, Venezia)”.
Al Comandante della 880a fu conferita la Medaglia di Bronzo al Valore Militare. Questo epico avvenimento ebbe un seguito anche in tempo di pace.
Infatti sul nuovo ponte dell’Isonzo, denominato “Ponte 8 agosto”, sorto dopo la distruzione del ponte in ferro e l’abolizione del traghetto che per anni aveva servito i viandanti, avrebbe dovuto essere posta una targa a ricordo di quei valorosi mitraglieri Alpini: sulla lapide avrebbe dovuto essere incisa la seguente epigrafe:

Su questi ponti,
ultima sentinella di Gorizia,
avanguardia del Piave,
la 880a Compagnia mitraglieri Alpini,
al Comando del Capitano Tomaso Bozano,
resisteva tenacemente per ben tre giorni
alle soverchianti forze austriache

26 - 28 ottobre 1917
Il Comune di Gorizia, nel trigesimo anniversario
P O S E

Correva l’anno 1922, passato alla storia per i noti eventi storici che portarono al governo i nazionalisti di destra i quali però, nonostante il loro tanto declamato patriottismo, non addivennero a nulla di concreto: la lapide non fu mai posta, nonostante che, fin dalle prime battute, il Comune di Gorizia avesse accollato il costo per la sua realizzazione agli Alpini mitraglieri:
LA STORIA NON SI CAMBIA, NÈ SI DISTRUGGE!

* Tratto dal libro sull'80° anniversario di fondazione della Sezione *


A questa 'dimenticanza' si è posto rimedio nell'ottobre 2008.

Il primo Dopoguerra 

Risale precisamente al maggio 1919. Toccò agli alpini del Battaglione “Aosta” la fortuna di stabilire i primi contatti con Gorizia ed i goriziani.
L’80a Divisione, cui il reparto apparteneva, dopo aver chiuso il suo ciclo di battaglie sul Grappa ad aver trascorso un meritato periodo di riposo nel Graticolato Romano, fra Treviso e Padova, era stata impiegata in un lavoro ciclopico quale fu quello del rifacimento dell’argine sinistro del Piave. Compiuta a tempo di primato quell'immensa opera, la Divisione venne trasferita - e una volta tanto a mezzo ferrovia - nella zona Goriziana.

Alpini della 63a Compagnia del Btg. “Bassano” del IX Rgt. Alp. a Gorizia (29 Marzo 1925)Come abbiamo detto, è all’Aosta che tocca in sorte la ambita residenza di Gorizia. Il suo motto non è ancora il famoso “ch’a cousta lo ch’a cousta viva I’Aousta” che è il grido che veniva lanciato dai suoi alpini contro il nemico nei furibondi e sanguinosi assalti ai Solaroli, ma è ancora il significativo “Più onore che onori” e, perciò l’essere stati prescelti a fare parte del Presidio di Gorizia ha, per gli alpini dell’Aosta, il grato sapore di un giusto premio, e ne sono lieti, e manifestano rumorosamente la gioia di poter vedere la città teatro di quelle immani battaglie che l’hanno resa il simbolo imperituro delle glorie guerriere del soldato d’Italia.
1° Maggio 1919. Di buon mattino il convoglio che trasporta il battaglione, giunge a Monfalcone. Splende un sole radioso che contribuisce ad aumentare il buon umore. Gli alpini hanno appena il tempo di godersi la vista del mare - uno spettacolo assolutamente nuovo per molti - che il convoglio sferragliando asmatico, comincia a costeggiare le pendici del Carso pietroso, intersecato da trincee e da camminamenti. Grande interesse suscita la vista dell’lsonzo la cui acqua ha il colore del cielo. Ma è Gorizia che gli alpini vogliono vedere. E, finalmente, la città appare improvvisamente dal lato sinistro del convoglio, adagiata nella grande conca delimitata dalla cerchia falcata dei suoi monti, bella come può esserlo una perla adagiata nella sua culla naturale, la conchi­glia.
Il suo castello, turrito e ferrigno, che mostra le ferite della guerra, la domina non con aspetto arcigno, ma con un aspetto benigno di protettore amoroso.
Le prime impressioni, i primi commenti, sono di meravigliato stupore. E que­sta prima gradevole impressione, viene ad accrescersi quando il Battaglione, muovendo dalla Stazione Centrale, ancora nuda e slabbrata, imbocca quel meraviglioso viale che, sempre, produce in chi giunge la prima volta, quei senso di piacevole, confortante impressione che si invoca quando, entrando in casa d’altri, si è accolti con spontanea e aperta cordialità.
Precede la fanfara. Il Sergente Maggiore Barale, ricordandosi di essere stato, ai suoi tempi, una cornetta famosa, trae dal suo strumento acuti sopra acuti, e gli altri, come possono, gli tengono bordone.
Segue il Gagliardetto già decorato di una medaglia d’argento (più tardi decorato di un’altra medaglia d’argento e, quindi, primo fra tutti i battaglioni alpini, da quella d’oro) e, poi, le Compagnie. Buon ultimo si avanza trascinan­do la gamba che risente ancora di una ferita, il lungo e nasuto Pomarici tenen­do al guinzaglio l’irrequieto e grugnente “Ras” il cinghiale semi-domestico della 42ima. La gente guarda meravigliata quella specie di irsuto maiale armato di zanne impressionanti e, il buon Pomarici, assume l’aria di un domatore che porta a spasso con tutta tranquillità una feroce tigre del Bengala.
Il motivo della canzone “tranta sold a soun pà du lire”, ancora sconosciuta a Gorizia, e quegli altri già noti di “sul ponte cli Bassano” e “dalle città e dal vil­laggio” richiamano sulle porte, alle finestre e sui balconi, uomini e donne, ma più donne che uomini, I passanti si fermano: guardano con manifesta meravi­glia quei soldati abbronzati, gagliardi, che portano il cappellaccio sulle ventitrè e una sola lunga penna nera.
La cadenza della marcia è diversa da quella degli altri soldati. Lo zaino e enorme: anche la vanghetta è più grande di quelle solite, e poi hanno un lungo bastone ferrato, l’alpenstock. Il passo lento, pesante, uguale, cadenzato e rit-mico, dà l’idea dell’inesorabilità, ha la pesantezza e l’inflessibilità di un rullo compressore. Effettivamente questi soldati sono differenti dagli altri.
Gli alpini adocchiano immediatamente le “mule” e si scambiano, fra i denti, le loro impressioni: “cristiandoru, che beli fumeli!” cribbiu, che moubilia!” “’tles vist, che beh gambi!”.
Il tenente Colombo, l’elegantone del Battaglione, fa gli occhi da pesce stracco. Pellerej fa altrettanto con una bella biondina che, percorrendo il viale destro, cammina alla sua altezza contraccambiando sospirosa le occhiate assassine.
Primo accantonamento: il palazzo del Tribunale. È il 1° maggio e il Battaglione vi resta consegnato perché i nostri Comandi, ricordandosi dei tempi in cui il 1° Maggio era, inevitabilmente, fonte dì disordini, prende le sue precauzioni. Ma alle 13, visto che i pacifici Goriziani considerano questa gior­nata come un’altra qualsiasi, viene tolta la consegna e Ufficiali e soldati scia­mano per la città. Naturalmente gli alpini vanno alla scoperta “dle croti” (oste­rie) e dopo la ritirata, si informeranno vicendevolmente delle rispettive scoperte.
Il 2 maggio gli alpini, che non sono capaci di oziare, danno inizio allo sgombero delle macerie che coprono letteralmente i pavimenti di tutti i vani e ingombrano i cortili, e in due giorni il grande palazzo è perfettamente ripulito. Hanno appena finito questo lavoro, inspiegabilmente trascurato fino allora, che gli alti Comandi, vedendo che l’alpino sa anche lavorare presto e bene, affidano al Battaglione il compito di ripulire la Caserma Sabotino, quella topaia che ancora oggi deturpa il Corso Verdi. E, in due giorni, anche la Caserma Sabotino è ripulita. “Ci hanno scambiati per spazzini”, commentano gli alpini!

E’ immediatamente dopo, uguale lavoro di ripulitura radicale deve essere fatto alla Caserma della Vittoria, quell’altro antico convento - anche questo una topaia - che sorgeva sulla piazza omonima, attiguo alla chiesa di S. Ignazio. Sarà questo l’accantonamento definitivo del battaglione ed è questo che, fino quasi alla vigilia della seconda guerra mondiale, farà da caserma agli alpini del “Nono”.
Ormai gli alpini hanno preso gusto a sgomberare macerie. Essi, in qualunque luogo vadano, devono lasciare tracce dei loro fecondo lavoro. L’alpino sa fare di tutto; sa lavorare la terra, costruire case, argini, ponti, strade, acquedotti (in Grecia, per esempio, hanno costruito anche acquedotti) e sanno combattere. Non per nulla qualcuno ha voluto vedere, nell’alpino, la personificazione del Legionario Romano che combatteva, costruiva e colonizzava.
E danno inizio alla ripulitura della città. La larga dotazione di carrette -regolamentari e non - di muli e anche di cavalli - già dell’Esercito Austriaco -permette loro di fare miracoli. Un rione dopo l’altro viene sgomberato e ripuli­to dalle macerie.
La gente guarda meravigliata questi alpinacci che, senza mai perdere il buon umore, pur “tirando” energiche “ostie” ed altri moccoli ancor più energici, lavorano con alacrità da formiche senza bisogno di essere pungolati dai loro Ufficiali.
Guarda questi soldati la cui disciplina non ha nulla di formale e, tuttavia, li fa eseguire, magari talvolta mugugnando, qualsiasi ordine venga loro impartito. Non occorre molto tempo, ai Goriziani, a capirne il carattere e, soprattutto, a comprendere l’anima. Piacciono ai Goriziani questi soldati trasandati che fumano la pipa o il toscano - qualcuno, anche, cicca - che accolgono con mani­festi segni di piacere l’apparizione dei loro Ufficiali i quali non sdegnano di bere un “gotto” con loro, che mangiano forte e, ancor di più, bevono forte e che, soprattutto, lavorano cantando.
I Goriziani fanno anche delle matte risate per gli scherzi che combinano gli Ufficiali del battaglione sotto la guida di quel mattacchione del Capitano Cossavella il quale finirà, poi, per scontare in una fortezza di Verona, le conse­guenze (di uno scherzo che, per quanto spassoso, era andato oltre le intenzioni di chi lo aveva architettato).
A pochi chilometri da Gorizia, s’innalza il M.te Vodice, pura gloria alpina. Per conquistarlo e difenderlo vittoriosamente, molti, molti alpini dell’Aosta, del Levanna e del Val Pellice, sono caduti. I sopravvissuti della guerra non li hanno dimenticati, e l’Aosta vuole che i caduti del Vodice siano degnamente ricordati. Senza alcun aiuto, coi soli propri mezzi, in pochissimo tempo si erige sulla quota 652 (conquistata il 18 maggio 1917) una svelta colonna sulla quale viene collocata un’aquila di bronzo, maestosa, che dà l’impressione di spiccare il possente volo sulla valle sottostante.
Quest’Aquila, del peso di oltre due quintali, gli alpini dell’Aosta la portarono a forza di muscoli dal cimiterino di Salcano fin sulla vetta del Vodice.

Gli uomini che portarono a termine quest’impresa, giudicata pazzesca ec impossibile dagli Ufficiali del Genio, erano reduci della giornata del 18 maggio 1917, e senza pensarci su due volte, attaccarono il Monte di petto seguendo la linea di massima pendenza, quella stessa che già avevano seguito un giorno per conquistarlo.
E ricordo il grandioso ballo organizzato dalla Direzione dell’Unione Ginnastica Goriziana in onore degli Ufficiali dell’Aosta e quello organizzato in Piazza Cesare Battisti in onore degli alpini. La simpatia reciproca, era, ormai, diventata amicizia, affetto.
I Goriziani avevano imparato ad apprezzare ed amare gli alpini, e questi ave­vano imparato ad apprezzare ed amare i Goriziani. Questi sentimenti, sorti spontaneamente dall’affinità del carattere, dalla generosità insita nella popola­zione Goriziana, e nel rude e franco soldato della montagna, ma soprattutto dal comune, grande amore verso la Patria, mai sono venuti meno, e continua­no a mantenersi vivi, palpitanti e fecondi di immutabile fede nei destini d’Italia.
Se noi, oggi, chiediamo ad un Goriziano di esprimerci un desiderio veramen­te profondo e Sentito, ci sentiamo rispondere “Vorrei che tornassero i bei tempi in cui, di buon mattino, si sentivano giungere dalla Caserma della Vittoria, gli squilli della tromba che davano il segnale della sveglia, ed alta sera si udivano le nostalgiche note del silenzio. Là, allora, c’erano gli alpini! Vorrei che tornassero! “. Torneranno, fratelli Goriziani!

Magg. A. MILANO

 

II Guerra Mondiale (1940 - 45)

Foto aerea della caserma del 9 Reggimento alpini in Campagnuzza
Colonnello Tavoni su fronte Greco
 
 
 

 

 



Utenti in linea

Attualmente ci sono 0 utenti e 0 ospiti
Dr. Radut | alpini_gorizia